BES - Bisogni Educativi Speciali

 

BISOGNA ESSERE SERI QUANDO SI PARLA DI BES

In data 25 ottobre 2014 si è tenuto a Vicenza, presso il Liceo Quadri, un convegno sul mutismo selettivo. La seconda parte dell’incontro è stata dedicata ad un approfondimento sui BES, sui quali ha ampiamente parlato il professore Flavio Fogarolo.

Fogarolo si è soffermato sull’ espressione Bisogni Educativi Speciali (BES) facendo riferimento all’emanazione della Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“ . In particolare egli ha evidenziato che ormai da anni gli alunni che hanno una certificazione clinica o di disabilità hanno un PDP che garantisce loro il diritto ad una programmazione personalizzata e all’uso degli strumenti compensativi e dispensativi; tuttavia, le difficoltà che gli insegnanti incontrano in aula sono ancora molte. Per permettere alle scuole di tutelare il diritto all’apprendimento di ogni singolo studente, il ministero ha dunque creato una macro-categoria “gli alunni con BES” in cui vengono inclusi oltre agli alunni con disabilità e disturbi evolutivi specifici, anche tutti quegli allievi non certificati che hanno bisogni educativi che richiedono risposte tempestive a causa di svantaggi socio-economici, culturali e-o linguistici. Per esempio i bambini stranieri, i disturbi del linguaggio, della condotta e del comportamento, alunni con difficoltà emotive, o in attesa di valutazione specialistica e altri ancora.

Con i termini Bisogni Educativi Speciali (d’ora in poi BES), si intendono esattamente:

– alunni con disabilità;

– alunni con DSA;

– alunni con svantaggio socio-economico, linguistico, culturale.

L’obiettivo è garantire l’accesso all’apprendimento a tutti i ragazzi con svantaggi e difficoltà.

La scuola ha affrontato sino al 2012 una personalizzazione dell’apprendimento per i soli alunni che mostravano bisogni “certificati” ( alunni con disabilità o DSA), ossia riconosciuti formalmente da un’autorità sanitaria esterna alla scuola. Solo in seguito a questa procedura gli insegnanti si potevano attivare personalizzando gli interventi. La normativa dei BES, invece, chiede alla scuola di passare da un’ impostazione clinica a una pedagogica-didattica. L’applicazione della Circolare 8/13, ossia “l’individuazione dell’alunno come BES”, diventa pertanto prerogativa esclusiva della scuola. La scuola quindi si assume la responsabilità di decidere cosa fare e come fare per facilitare l’apprendimento a fronte di un bisogno accertato, tenendo oltremodo in considerazione contesto e convenienza dell’intervento di personalizzazione proposto, vantaggi e svantaggi.

La scuola individua gli alunni per i quali è «opportuno e necessario» il PDP, Piano Didattico Personalizzato, ma non dichiara e non certifica “alunni con BES”! NON può farlo la scuola, nè possono farlo i servizi sanitari, né in modo diretto o esplicito («il bambino/ragazzo è un alunno con Bisogni Educativi Speciali», fortunatamente sono pochi, ma arrivano alle scuole anche certificati di questo tipo), né indiretto, e questa è una pratica invece molto diffusa: dopo avere segnalato disturbi o difficoltà, si conclude dicendo che per questo alunno la scuola deve applicare le tutele previste dalla Circolare Ministeriale 8/13. Ma inserire in una diagnosi clinica una dichiarazione di questo tipo costituisce un’inaccettabile invasione di campo, dal momento che l’applicazione della Circolare 8/13, ossia di fatto l’individuazione dell’alunno come BES, rientra nell’ambito della didattica e non in quello della clinica, ed è pertanto una prerogativa esclusiva della scuola. 

Identificare un alunno come BES significa riconoscere per lui la necessità non solo di un percorso didattico diverso da quello dei compagni, ma anche di una sua ufficializzazione, come assunzione formale di impegni e responsabilità da parte della scuola e, se possibile, anche della famiglia, ossia di un PDP, appunto.

La scuola è chiamata pertanto a decidere sull’opportunità di questa scelta, che di sicuro non dipende solo dall’entità del bisogno, ma si basa sulla valutazione dell’effettiva convenienza della strategia didattica personalizzata che si intende attuare.In altre parole, dobbiamo rispondere a domande di questo tipo: per questo alunno, in questa scuola, in questo momento, è veramente necessario, utile, opportuno stendere un PDP? La valutazione di convenienza deve considerare gli aspetti positivi e negativi dell’intervento e prevedere, con ragionevole certezza, che i vantaggi saranno prevalenti. Perché, certamente, scelte di questo tipo non hanno solo aspetti positivi! Sappiamo benissimo, infatti, che la scelta di differenziare formalmente il percorso didattico di un alunno rispetto a quello dei compagni comporta spesso ricadute anche gravi nel campo dell’autostima, dell’accettazione, del rapporto con i compagni, delle tensioni familiari e altro. Sono rischi che vanno previsti, valutati, analizzati e confrontati con i benefìci previsti o attesi; ma si va avanti solo se il bilancio è nettamente positivo, almeno nelle previsioni e nelle potenzialità.

Questo modo di procedere nell’individuazione dei BES, basato sulla stima tra vantaggi e svantaggi, comporta almeno due importanti conseguenze. La prima è che questa valutazione è fortemente condizionata dal contesto e quindi uno stesso alunno può essere considerato BES in una realtà scolastica e non in un’altra. È una situazione ovviamente inconcepibile per la disabilità e i DSA: un alunno dislessico, ad esempio, rimane tale anche se cambia scuola, su questo non ci sono dubbi. Ma per gli alunni con BES, individuati dalla scuola, non è così: un alunno, infatti, può avere necessità di una personalizzazione formalizzata in una scuola, mentre in un’altra può non essercene bisogno. La seconda conseguenza, poi, è che, almeno a grandi linee, quando identifica l’alunno come BES, la scuola deve avere già chiaro il tipo di intervento che intende attuare con quello specifico alunno, a supporto delle sue difficoltà, perché solo in questo modo è possibile una consapevole valutazione di convenienza. Paradossalmente possiamo dire che gli alunni nei confronti dei quali ci si sente impotenti perché non si sa cosa fare per loro, per quanto evidenti e gravi siano i loro bisogni educativi, non possono essere considerati BES finché non si sarà grado di dire come si intende effettivamente personalizzare il loro percorso, per poter valutare se esso sarà opportuno e conveniente.

Per concludere, non è facile definire un allievo Bes e subito preparare un PDP, poiché bisogna valutare sia gli aspetti postivi che negativi dell’intervento; come dice Fogarolo, “ Bisogna essere seri quando si parla di BES”.

Il convegno si è chiuso con l’intervento della professoressa Munaro, alquanto sintetico per il breve tempo rimasto a disposizione. Dopo aver spiegato nuovamente cosa s’intenda per Bes, facendo riferimento ad alunni con problemi permanenti o temporanei dovuti a ostacoli, danni o stigma ( bullismo) che creano difficoltà di comportamento, mancata autodeterminazione , difficoltà o mancato apprendimento, l’insegnante ha ribadito che questi allievi devono essere accolti dalla scuola e valorizzati nella loro diversità, poiché hanno uguali diritti. Gli alunni BES sono in carico di tutti e deve essere organizzato per loro un Piano didattico personalizzato osservando con rigore scientifico il loro comportamento e le loro difficoltà per poter capire e su quello costruire.

 prof.ssa Ivana Lo Brutto